Esportare non basta più: ecco cosa chiedono davvero USA, Cina e Brasile
Il Made in Italy continua a conquistare i mercati globali. Secondo i dati Istat, nel 2025 l’Italia ha esportato beni per 591,3 miliardi di euro, registrando un aumento del 3,1% in valore e posizionandosi al quarto posto tra i maggiori esportatori mondiali . La crescita prosegue anche nel 2026: ad aprile l’export ha segnato un +8,8% su base annua, con un incremento del 3,2% nei primi quattro mesi dell’anno .
Un risultato straordinario, che testimonia la resilienza e la qualità del sistema produttivo italiano. Ma a questo scenario positivo si affianca una realtà più complessa, che rischia di frenare le ambizioni di molte imprese: l’aumento delle barriere burocratiche e normative nei Paesi extra UE.
Il paradosso dell’export italiano
I numeri parlano chiaro. Nonostante le tensioni geopolitiche e commerciali, l’export italiano cresce: a maggio 2026 si registra un +6,3% verso i mercati extra UE, con performance brillanti su Cina (+24,1%), Africa (+22,4%) e MERCOSUR (+21,3%) . La manifattura italiana si conferma un partner insostituibile nelle catene del valore internazionali.
Eppure, come sottolinea Mario Pozza, presidente di Assocamerestero, “dietro questi numeri ci sono difficoltà concrete: dazi, tensioni geopolitiche, costo dell’energia, rotte meno sicure e regole che cambiano da mercato a mercato” .
A ridisegnare il commercio globale non sono solo i dazi. Nel 2024 sono state introdotte oltre 4.000 nuove misure restrittive e un numero analogo nel 2025 . Norme tecniche, certificazioni, etichettature, requisiti di origine: una giungla burocratica che rappresenta un ostacolo significativo, soprattutto per le PMI.
Il nodo delle strutture societarie locali
Una delle barriere più insidiose per le imprese italiane che vogliono espandersi extra UE è rappresentata dalla necessità di costituire società locali per accedere a gare pubbliche, appalti e incentivi. Stati Uniti, Cina, Brasile, ma anche molti Paesi del Medio Oriente e dell’Africa, richiedono una presenza societaria strutturata sul territorio per poter partecipare a bandi e ottenere commesse pubbliche.
Questa esigenza, spesso sottovalutata, trasforma un’opportunità di business in una complessa sfida burocratica. Costituire una società all’estero significa confrontarsi con:
Un’impresa che intende partecipare a una gara d’appalto in Brasile, per esempio, deve spesso costituire una filiale locale con un socio di fiducia e affrontare iter burocratici che possono richiedere mesi . Lo stesso vale per gli Stati Uniti, dove molti bandi federali richiedono una presenza societaria strutturata nello Stato in cui si opera, con licenze e certificazioni specifiche .
Il quadro generale delle barriere burocratiche
La complessità burocratica non riguarda solo la costituzione di società. Un’interrogazione parlamentare europea presentata nel febbraio 2026 denuncia l’eccessiva “complessità burocratica delle procedure dell’Unione europea, caratterizzate dalla stratificazione normativa, da adempimenti amministrativi ridondanti e da tempi di attuazione spesso incompatibili con le esigenze economiche e sociali dei territori” .
Anche BusinessEurope, l’associazione che rappresenta le imprese europee, ha evidenziato come le regolamentazioni su catene del valore internazionali, commercio e ambiente creino oneri amministrativi sproporzionati. In particolare, il Regolamento sui Sussidi Esteri (FSR) richiede alle aziende di raccogliere e segnalare dati estesi su tutti i “contributi finanziari esteri”, con procedure onerose e poco chiare che rischiano di “scoraggiare gli investimenti” .
Una criticità strutturale per le PMI italiane
Il problema è ancora più acuto per le PMI italiane, che rappresentano il cuore del tessuto produttivo nazionale. Secondo la mappa dell’Export 2026 di Sace, il 45% delle imprese italiane esporta verso un solo mercato, esponendosi a una forte vulnerabilità rispetto agli equilibri geopolitici e legislativi internazionali .
La scarsa diversificazione geografica amplifica l’impatto delle barriere burocratiche: un’impresa che concentra le proprie esportazioni su un singolo Paese extra UE si trova a dover gestire la complessità normativa di quel mercato senza la possibilità di compensare con altri sbocchi commerciali.
E le barriere si moltiplicano. Dazi, rincari energetici, burocrazia, difficoltà di accesso al credito, scarsità di manodopera specializzata e tassazione tra le più alte d’Europa costituiscono “un mix pericoloso per le eccellenze produttive nazionali” .
Dettaglio della presenza imprenditoriale italiana
Le imprese italiane hanno una presenza strutturata e consolidata nei principali mercati extra UE. Ecco i numeri più significativi:

Stati Uniti
Negli Stati Uniti operano oltre 6.000 aziende italiane, con un fatturato complessivo superiore a 140 miliardi di dollari e più di 300.000 dipendenti . La presenza è distribuita su tutto il territorio, con una maggiore concentrazione in aree chiave come New York (476 aziende), Florida (403), California (220), Texas (203) e New Jersey (168) . Particolarmente rilevante è la crescita nel Sud-Est degli Stati Uniti, che conta 692 aziende italiane, di cui 403 in Florida, a dimostrazione di come questa regione si stia consolidando come hub strategico .
Cina
In Cina la presenza italiana è altrettanto significativa. Secondo i dati aggiornati al 2025, si contano circa 1.500 imprese italiane attive nel mercato cinese, con 130.000 addetti e un fatturato complessivo di 33 miliardi di euro . A questi si aggiungono 14,4 miliardi di euro di esportazioni, in crescita del 4,5% nel primo bimestre del 2026 . Dati precedenti (2022) censivano 1.425 imprese con 109.940 addetti e un fatturato di 32,9 miliardi di euro, confermando una tendenza espansiva . La China Italian Chamber of Commerce riporta che i suoi 800 membri hanno un investimento azionario complessivo di 150 miliardi di euro in Cina .
Brasile
In Brasile sono state censite 1.104 filiali di imprese italiane (dati settembre 2025) , con investimenti superiori a 20 miliardi di euro e decine di migliaia di posti di lavoro . Le imprese italiane hanno acquisito un ruolo di primo piano in settori strategici come energia, telecomunicazioni, acciaio, autostrade e automotive, con una concentrazione prevalente nelle regioni sud e sud-est del Paese .
Il trend di crescita
L’espansione delle imprese italiane all’estero è in costante crescita. Un indicatore significativo è il dato sugli investimenti italiani all’estero, che nel 2024 hanno raggiunto i 31,5 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 28,3 miliardi del 2023 . Questo trend riflette la crescente necessità per le imprese italiane di presidiare direttamente i mercati extra UE, superando le barriere burocratiche e normative che sempre più spesso richiedono una presenza societaria strutturata sul territorio per accedere a gare, appalti e incentivi.
La soluzione DGE: presidio societario con tempi certi
In questo scenario, la capacità di costituire rapidamente società all’estero diventa un fattore competitivo strategico. DGE Group accompagna le imprese italiane nella costituzione di società nei principali mercati extra UE, garantendo:
L’obiettivo è trasformare un ostacolo burocratico in un’opportunità di presenza stabile e qualificata sui mercati internazionali, come confermano i dati ICE: la crescita dell’export verso mercati come Cina (+24,1% a maggio 2026) e Africa (+22,4%) dimostra che le opportunità ci sono, ma richiedono una presenza strutturata e competente .
Conclusioni
L’export italiano cresce e il Made in Italy continua a essere apprezzato sui mercati globali. Ma le barriere burocratiche extra UE rappresentano una sfida che le imprese non possono affrontare da sole.
La costituzione di società locali non è più un’opzione, ma una necessità per chi vuole competere su gare e appalti internazionali. DGE Group offre competenze e tempi certi per accompagnare le imprese italiane in questo percorso, trasformando la complessità normativa in un vantaggio competitivo.
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